Non combattere la banca centrale

by Akos Financial Markets

“Don’t fight the fed.”
(Non combattere la banca centrale)

Marty Zweig

È difficile attribuire con certezza la famosa frase di cui sopra, utilizzata in più occasioni da investitori, trader e speculatori di tutto il mondo, ma una delle prime attribuzioni (e forse la più ragionevole) riguarda Marty Zweig, il leggendario investitore che ci lasciava in questi giorni 6 anni fa all’età di 70 anni. Zweig divenne famoso per la sua incredibile capacità di “lettura” dei mercati tradotta in un track record notevole sigillato dai suoi commenti che venivano divulgati attraverso una newsletter; ancora più famoso lo rese aver correttamente anticipato il crash di mercato avvenuto nel lunedì nero del 1987, la perdita giornaliera più alta mai registrata. Ma l’origine di questa frase va ancora più indietro nel tempo ed è un adattamento delle famose parole di Jesse Livermore, il più grande speculatore mai esistito, famoso per aver anticipato correttamente il crash del 1929; la frase in questione è “don’t fight the tape”. Il tape era ai tempi di Livermore lo strumento attraverso il quale venivano registrate e riportate le quotazioni di borsa.

L’insegnamento intramontabile che questi due maestri così fuori dal comune vogliono darci è coerente con quello che in tempi molto più recenti hanno scoperto le neuroscienze e che ha fatto vincere un premio Nobel a chi si occupa di finanza comportamentale, ossia che il cervello tende a scartare l’evidenza che si ha davanti agli occhi in favore di un’idea preesistente riguardante un determinato fenomeno.

Per questo per Jesse Livermore era così importante leggere il “tape”, per vedere se le sue idee si stavano effettivamente materializzando nella realtà dei listini azionari o se l’evidenza gli stava dicendo qualcos’altro. Per aver successo è fondamentale non combattere con la realtà, soprattutto nel mondo degli investimenti: anche se l’idea è giusta essere troppo in anticipo è indistinguibile dall’aver sbagliato.

Per Marty Zweig leggere la FED o la BCE o la BOJ (le principali banche centrali) rappresentava uno dei modi migliori per cercare di capire quello che successivamente dirà il “tape”, i prezzi delle azioni. Estendendo l’insegnamento comportamentale di Jesse Livermore sull’importanza del non scartare prove evidenti derivanti dalla lettura della realtà oggettiva Marty Zweig determinò come le condizioni di politica monetaria e fiscale delle banche centrali abbiano un’influenza enorme sul corso dei listini azionari. Il clima monetario, e principalmente il trend dei tassi di interesse e le scelte relative alle riserve monetarie, sono il fattore dominante nel determinare la direzione del mercato.

 

Una marea di speculatori davanti alla borsa di Londra nel 1910

Generalmente in una fase di rialzo dei tassi le azioni tendono ad essere penalizzate e a perdere di valore mentre le fasi di ribasso dei tassi sono positive per l’azionario. Questo per due motivi. Il primo, i tassi al ribasso aumentano la competitività delle azioni contro altre forme di investimento, specialmente gli strumenti a breve termine come certificati di deposito, titoli di stato a breve e fondi monetari. In secondo luogo con tassi bassi costa meno alle aziende andare a prestito di capitale, al diminuire dei costi gli utili aumentano e all’aumentare degli utili (presenti e futuri) aumenta il valore delle aziende (le azioni).

E veniamo ora ai giorni nostri, dopo anni di tassi di interesse prima al ribasso e poi a zero grazie alle banche centrali le società hanno avuto utili stellari e gli investitori sono saltati sul carro dei redimenti azionari spingendo ancora più al rialzo il prezzo delle azioni. A tal proposito si veda la nostra newsletter di novembre 2018 sul miglior indicatore del mondo, ossia il livello medio di allocazione al mercato azionario dei risparmiatori, ai massimi storici.

Nel corso degli ultimi tre anni, ossia dal 2016, la Fed ha alzato i tassi ben nove volte. È stata la prima delle banche centrali principali a chiudere il ciclo “espansivo” e a preparare la strada verso politiche monetarie conservative dette hawkish-falco (politica restrittiva ossia tassi in aumento), al contrario di dovish-colomba (politica espansiva ossia tassi fermi e se dovesse essere necessario in diminuzione). La fase conservativa (hawkish) avviene solitamente nei due anni post elezione perché dal terzo anno in poi nonostante la decantata indipendenza della Fed dal governo storicamente si assiste a politiche espansive dei tassi (dovish) che facilitano l’economia e aumentano le probabilità di rielezione del governo in carica. Questa è esattamente la fase in cui ci troviamo, dopo due anni e mezzo dalle elezioni U.S. e a circa 18 mesi dalle prossime previste per novembre 2020. Dopo una prima parte restrittiva che ha portato i tassi dallo 0% al 2.25% c’è stata un importante inversione di rotta nel discorso di Powell, attualmente a capo della Fed, che è passato essenzialmente da una posizione hawkish ad una molto più dovish. Si è ricominciato a parlare della cosiddetta Fed “put” (una figura retorica relativa ad un’immaginaria opzione put che la Fed darebbe al mercato azionario per annullare le perdite) che ha fatto dimenticare molto velocemente i discorsi pragmatici degli ultimi due anni in cui si ricordava quanto fosse importante andare verso una “normalizzazione” dei tassi. Ora, la normalizzazione dei tassi è di fondamentale importanza per le banche centrali al di là delle agende politiche perché quando la prossima recessione colpirà, ed è solo questione di quando non di sé, è necessario avere munizioni per combatterla con manovre espansive.

Gli effetti del rialzo tassi si sono visti nei mercati finanziari nel corso del 2018 con redimenti negativi su tutte le asset class. I dati macroeconomici che stanno arrivando dalla Cina e dalla Germania sono negativi ed è possibile che l’economia globale sia già in recessione (lo sapremo nei prossimi mesi) come è recentemente successo all’Italia (ufficialmente già in recessione). Ciò darebbe un senso alla recente posizione della Fed, molto più conciliante che in precedenza, nonostante i dati sull’economia statunitense fossero positivi e quindi non tali da far intendere una sospensione della fase di rialzo dei tassi.

 

Un’interpretazione positiva dell’evento farebbe pensare ad un’azione concertata con le altre banche centrali da cui arrivano dati negativi che hanno quindi allarmato la principale delle banche centrali, la Fed, su un possibile forte rallentamento dell’economia mondiale. Un’interpretazione più maligna potrebbe far pensare ad un importante influenza politica dato che stiamo entrando in clima pre-elezioni negli Stati Uniti e dati i commenti per nulla velati del presidente Trump il giorno prima del meeting Fed sulla necessità di fermare la discesa dei listini azionari smettendo di rialzare i tassi:

La reazione dei mercati non si è fatta attendere, dopo uno dei peggiori mesi di dicembre di sempre, gennaio 2019 ha fatto segnare una partenza fulminante, un recupero eccezionale dei listini che ha colto impreparati tutti coloro che sono andati nel panico ed hanno venduto alla fine di dicembre.

Cosa fare dunque in un clima a così alta incertezza a livello macroeconomico, caratterizzato da dati in peggioramento, populismo che avanza, prezzi delle azioni e durata del ciclo rialzista ai massimi storici?
È importante ricordare le lezioni dei maestri, guardare alla realtà oggettiva verificando continuamente che il comportamento del mercato sia allineato con la nostra visione, interpretando il trend senza escludere la possibilità di forti movimenti laterali.

DON’T FIGHT THE TAPE, DON’T FIGHT THE FED!

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